Colorimetria e pigmentologia nel PMU: la guida completa per scegliere il pigmento corretto ed evitare errori cromatici

colorimetria e pigmentologia

Tabella dei Contenuti

Perché colorimetria e pigmentologia sono fondamentali nel trucco permanente

Nel trucco permanente, la scelta del pigmento rappresenta uno degli aspetti più complessi e determinanti dell’intero trattamento. Pensare che basti selezionare un colore osservandone la tonalità nella boccetta significa semplificare eccessivamente una disciplina che, in realtà, coinvolge conoscenze di colorimetria, pigmentologia, anatomia della pelle, tecnica di deposito e comportamento dei pigmenti durante la guarigione.

Ogni trattamento di PMU è il risultato dell’interazione tra numerosi fattori: il sottotono cutaneo della cliente, la composizione chimica del pigmento, il tipo di pelle, la tecnica utilizzata, l’ago scelto, la profondità del deposito, la quantità di pigmento impiantata e il naturale processo biologico di guarigione.

Per questo motivo, due professionisti che utilizzano lo stesso pigmento possono ottenere risultati completamente differenti.

La vera competenza non consiste nel conoscere il nome commerciale di un pigmento o nel memorizzare una cartella colori, ma nel riuscire a prevedere quale colore emergerà una volta completata la guarigione.

Questo è il punto in cui un corso di colorimetria e pigmentologia diventa indispensabile.

Che cos’è la colorimetria nel trucco permanente

La colorimetria è la disciplina che studia il comportamento dei colori, il loro equilibrio e il modo in cui interagiscono tra loro.

Nel PMU questa conoscenza permette di analizzare tutte le componenti cromatiche che influenzano il risultato finale, tra cui:

• sottotono della pelle;

• fototipo;

• colore naturale della zona trattata;

• presenza di vecchi lavori;

• intensità della pigmentazione naturale;

• effetto estetico desiderato;

• comportamento del pigmento durante la guarigione.

L’obiettivo della colorimetria non è scegliere un colore “bello”, ma prevedere quale sarà il colore guarito. Questo concetto viene spesso sottovalutato. La pelle non rappresenta infatti una superficie bianca sulla quale depositare semplicemente un pigmento. È un tessuto vivo, caratterizzato da trasparenza, rifrazione della luce, vascolarizzazione, melanina e componenti cromatiche proprie.

Lo stesso pigmento può quindi apparire completamente diverso su due persone con sottotoni differenti. È proprio questa variabilità che rende la colorimetria una competenza indispensabile per ogni dermopigmentista.

Che cos’è realmente la pigmentologia

Se la colorimetria studia il comportamento del colore, la pigmentologia studia la chimica del pigmento.

È questa la differenza fondamentale. Molti operatori conoscono la ruota cromatica ma non conoscono realmente i pigmenti con cui lavorano.

La pigmentologia permette invece di comprendere:

• come è composto un pigmento;

• quali Color Index (CI) contiene;

• quali componenti cromatiche sono presenti nella miscela;

• come i diversi pigmenti interagiscono tra loro;

• quale comportamento avranno durante la guarigione;

• come evolveranno nel tempo;

• quali miscele possono essere realizzate;

• come adattare il pigmento alla pelle, alla tecnica e al risultato desiderato.

Un professionista preparato dovrebbe essere in grado di osservare la scheda tecnica di un pigmento e comprenderne la composizione ancora prima di utilizzarlo. Questo significa saper leggere il Color Index (CI) riportato sull’etichetta.

Perché è importante conoscere il Color Index (CI)

Ogni pigmento professionale riporta sulla confezione uno o più codici identificativi chiamati Color Index (CI). Questi codici identificano le sostanze coloranti presenti all’interno della miscela. Per un dermopigmentista il Color Index rappresenta una vera carta d’identità del pigmento.

Leggere il CI significa comprendere:

• quali componenti cromatiche costituiscono la miscela;

• quali colori tenderanno a prevalere nel tempo;

• quali pigmenti sono stati utilizzati dal produttore;

• come il pigmento potrà comportarsi una volta impiantato nella pelle;

• se è compatibile con altri pigmenti che si intendono miscelare.

Il nome commerciale, infatti, non fornisce informazioni sufficienti. Due pigmenti chiamati “Medium Brown” possono avere composizioni completamente differenti. Possono contenere coloranti diversi, concentrazioni differenti e produrre risultati molto diversi una volta guariti.

Per questo motivo un professionista non dovrebbe scegliere un pigmento perché “gli piace il colore”, ma perché conosce la sua composizione e ne comprende il comportamento.

La pigmentologia non insegna soltanto il colore

Uno degli errori più comuni consiste nel pensare che la pigmentologia insegni semplicemente quale marrone scegliere. In realtà questa disciplina insegna molto di più.

Permette di comprendere:

• la chimica delle miscele pigmentanti;

• il comportamento dei singoli componenti;

• la coprenza del pigmento;

• la trasparenza;

• la saturazione;

• la stabilità nel tempo;

• il modo in cui il pigmento reagisce nelle diverse tipologie di pelle;

• il rapporto tra pigmento, tecnica e guarigione.

Questa conoscenza permette di prevedere il comportamento del trattamento prima ancora di iniziare la procedura. È proprio questa capacità predittiva che distingue un semplice esecutore da un vero professionista.

Nel PMU si ragiona per addizione del colore

Questo rappresenta probabilmente il concetto più importante dell’intera pigmentologia.

Nel make-up il colore viene applicato sulla superficie della pelle: se un sopracciglio appare grigio è sufficiente applicare una matita marrone affinché l’occhio percepisca un sopracciglio marrone.

Nel trucco permanente questo principio non è valido.

Il nuovo pigmento non sostituisce quello già presente. Si somma ad esso.

Per questo motivo il PMU ragiona secondo il principio dell’addizione del colore.

Ogni nuovo deposito interagisce con:

• il pigmento eventualmente già presente nella pelle;

• il sottotono cutaneo;

• la melanina;

• l’emoglobina;

• le caratteristiche ottiche della cute.

Il risultato finale sarà quindi la somma di tutti questi elementi. È proprio questo il motivo per cui non è possibile correggere un vecchio sopracciglio grigio applicando semplicemente un marrone. Il nuovo pigmento non cancella quello esistente.

Si combina con esso generando una nuova risultante cromatica. Comprendere questo principio cambia completamente il modo di affrontare le correzioni e rappresenta una delle competenze più importanti nella formazione di un dermopigmentista.

Pigmenti organici, minerali e ibridi: quali differenze esistono davvero?

Uno degli argomenti più discussi nella pigmentologia riguarda la classificazione dei pigmenti in organici, minerali (inorganici) e ibridi.

Nel settore del PMU si trovano spesso affermazioni come:

• “gli organici sono migliori”;

• “i minerali sono più stabili”;

• “gli ibridi sono il compromesso perfetto”.

In realtà queste affermazioni sono eccessivamente semplicistiche. Nessuna categoria è, per definizione, migliore delle altre. Ogni tipologia presenta caratteristiche differenti e deve essere scelta in funzione del trattamento da eseguire. Un professionista non dovrebbe chiedersi quale pigmento sia il migliore, ma quale sia il più adatto alla situazione clinica che ha davanti.

Pigmenti minerali (inorganici)

I pigmenti minerali sono costituiti prevalentemente da ossidi metallici.

Sono generalmente caratterizzati da:

• elevata coprenza;

• buona stabilità;

• tonalità più morbide;

• minore brillantezza cromatica;

• comportamento generalmente più prevedibile.

Per queste caratteristiche vengono spesso utilizzati quando si desidera ottenere risultati naturali, controllati e facilmente gestibili.

Naturalmente queste sono considerazioni generali. Ogni formulazione possiede caratteristiche proprie che dipendono dalla concentrazione, dalla miscela e dalla tecnologia produttiva.

Pigmenti organici

I pigmenti organici sono costituiti da molecole di sintesi progettate per ottenere tonalità molto intense.

Generalmente presentano:

• colori più vivi;

• maggiore brillantezza;

• elevata saturazione;

• ampia varietà cromatica;

• trasparenze differenti rispetto ai minerali.

Proprio per queste caratteristiche vengono spesso utilizzati quando è necessario ottenere colori particolarmente luminosi o intensi, come avviene frequentemente nella dermopigmentazione delle labbra.

Anche in questo caso, però, non esiste una regola assoluta. La categoria di appartenenza non determina automaticamente il comportamento del pigmento. Conta sempre la formulazione specifica.

Pigmenti ibridi

I pigmenti ibridi combinano componenti organiche e minerali.

L’obiettivo è sfruttare le caratteristiche di entrambe le famiglie per ottenere miscele con specifiche proprietà di coprenza, intensità e stabilità. Negli ultimi anni molte aziende hanno sviluppato linee ibride proprio per offrire al professionista una maggiore versatilità. Anche in questo caso, però, non basta leggere la parola “Hybrid” sull’etichetta. Bisogna comprenderne realmente la composizione.

Perché conoscere la famiglia del pigmento non basta

Un errore molto diffuso consiste nel classificare un pigmento semplicemente come organico o minerale. Dal punto di vista professionale questa informazione, da sola, serve a poco.

Ciò che realmente interessa al dermopigmentista è comprendere:

• quali componenti cromatiche sono presenti;

• in quale concentrazione;

• quale coprenza possiedono;

• quale trasparenza producono;

• come reagiscono durante la guarigione;

• come interagiscono con gli altri pigmenti.

È questo il motivo per cui la pigmentologia non può limitarsi alla classificazione delle famiglie. Deve arrivare fino alla comprensione della singola formulazione.

Ogni pigmento deve essere adattato alla tecnica

Un altro errore frequente consiste nel pensare che un pigmento possa essere utilizzato indistintamente per qualsiasi tecnica. In realtà ogni tecnica produce una distribuzione completamente diversa del pigmento all’interno della pelle.

Un Powder Brows, ad esempio, presenta una saturazione diversa rispetto a una tecnica pixel. Una tecnica Hair Stroke deposita quantità differenti rispetto a una sfumatura compatta. Questo significa che la stessa miscela può produrre risultati completamente diversi.

Il pigmento deve quindi essere scelto considerando anche il modo in cui verrà depositato.

Il rapporto tra pigmento, ago e tecnica

Uno degli aspetti meno insegnati nei corsi di base riguarda la relazione tra pigmento e strumentazione.

Il pigmento non lavora mai da solo. Lavora insieme all’ago. Lavora insieme alla macchina. Lavora insieme alla mano dell’operatore.

Un ago con un diametro diverso deposita quantità differenti di pigmento. Una configurazione diversa modifica la distribuzione del colore. Una velocità della macchina differente cambia la saturazione finale. Anche la pressione esercitata dalla mano influenza il comportamento della miscela. Per questo motivo non è corretto chiedersi soltanto: “Quale pigmento devo usare?”

La domanda corretta diventa: “Quale pigmento, con quale ago, con quale tecnica e con quale livello di saturazione mi permetterà di ottenere il risultato desiderato?”

È proprio questo il ragionamento che distingue il professionista dall’operatore che applica protocolli standardizzati.

Anche la pelle modifica il comportamento del pigmento

Ogni pelle rappresenta un ambiente biologico differente.

Cambiano:

• spessore;

• elasticità;

• produzione sebacea;

• vascolarizzazione;

• quantità di melanina;

• capacità di guarigione;

• risposta infiammatoria.

Queste variabili influenzano direttamente il modo in cui il pigmento viene accolto e stabilizzato. Per questo motivo la stessa miscela può guarire in modo diverso su due clienti apparentemente simili.

La scelta del pigmento deve quindi essere personalizzata. Non esiste una formula universale valida per tutti.

Imparare a prevedere il risultato guarito

Il vero obiettivo della pigmentologia non consiste nello scegliere un colore bello. Consiste nel prevedere ciò che accadrà tra trenta, sessanta o novanta giorni.

Ogni decisione presa durante il trattamento dovrebbe essere orientata al risultato guarito.

Il professionista deve chiedersi:

• Come apparirà questo pigmento una volta stabilizzato?

• Quali componenti cromatiche tenderanno a emergere?

• Come influenzerà il sottotono della pelle?

• La tecnica scelta aumenterà o ridurrà la saturazione?

• Questo deposito è coerente con il risultato desiderato?

Quando queste domande diventano parte del processo decisionale, la scelta del pigmento smette di essere intuitiva e diventa una valutazione tecnica.

Come scegliere il pigmento corretto: il metodo di analisi professionale

Una delle convinzioni più diffuse nel trucco permanente è che la scelta del pigmento dipenda esclusivamente dal colore finale che la cliente desidera ottenere.

In realtà, il colore richiesto rappresenta solo uno degli elementi della valutazione. Un professionista non sceglie mai un pigmento partendo dalla cartella colori. Parte dalla pelle.

Ogni trattamento dovrebbe iniziare con un’analisi strutturata che tenga conto di tutte le variabili in grado di influenzare il risultato guarito.

Prima ancora di aprire una boccetta è necessario valutare:

• il sottotono della pelle;

• il fototipo;

• la presenza di melanina superficiale;

• eventuali discromie o rossori;

• la tipologia di pelle (secca, normale, mista o sebacea);

• la presenza di vecchi lavori;

• il grado di saturazione del precedente pigmento;

• la tecnica che verrà eseguita;

• la configurazione dell’ago;

• il livello di saturazione desiderato;

• il risultato finale concordato con la cliente.

Solo dopo questa analisi è possibile scegliere il pigmento più adatto.

Il sottotono della pelle: uno degli elementi più sottovalutati

Il sottotono rappresenta la componente cromatica permanente della pelle. Non coincide con il fototipo e non dipende dall’abbronzatura.

Due persone con un incarnato apparentemente identico possono avere sottotoni completamente differenti. È proprio il sottotono a modificare la percezione del pigmento una volta guarito.

Per questo motivo il professionista deve imparare a leggere la pelle prima ancora di leggere la cartella colori. Rossori temporanei, vasodilatazione, infiammazione o trattamenti estetici recenti possono alterare la percezione del colore. L’analisi deve quindi essere effettuata osservando la pelle nel suo complesso e non basandosi su un singolo elemento.

Sopracciglia: il pigmento non si sceglie guardando i capelli

Uno degli errori più comuni consiste nel cercare un pigmento dello stesso colore dei capelli della cliente. Dal punto di vista della pigmentologia questo approccio è scorretto.
Le sopracciglia devono armonizzarsi con:

• pelle;

• sottotono;

• colore dei peli naturali;

• contrasto del volto;

• età;

• tecnica scelta;

• risultato desiderato.

Una tecnica Powder Brows, ad esempio, produce una percezione cromatica differente rispetto a una tecnica Hair Stroke.

Anche utilizzando la stessa miscela, il risultato potrà apparire più intenso o più delicato in funzione della distribuzione del pigmento.

Labbra: il colore naturale non può essere ignorato

La mucosa labiale possiede già una propria pigmentazione. Questa rappresenta la base cromatica sulla quale verrà depositato il nuovo pigmento.

Per questo motivo applicare un rosa non significa ottenere automaticamente labbra rosa.

Il risultato dipenderà dalla somma tra:

• colore naturale della mucosa;

• eventuali discromie;

• presenza di melanina;

• pigmento utilizzato;

• tecnica di deposito;

• saturazione;

• guarigione.

In alcuni casi il professionista dovrà programmare una neutralizzazione prima ancora di eseguire il colore finale. Anche questa decisione nasce dalla pigmentologia.

Eyeliner e infracigliare: il nero non è sempre uguale

Molti operatori ritengono che il nero rappresenti il pigmento più semplice da utilizzare.

In realtà è uno dei più delicati. Anche i pigmenti neri possono avere formulazioni differenti.

Cambiano:

• coprenza;

• intensità;

• trasparenza;

• comportamento durante la guarigione;

• modalità di deposito.

Un infracigliare naturale richiede caratteristiche completamente diverse rispetto a un eyeliner grafico compatto.

La pigmentologia permette di scegliere non soltanto il colore, ma il pigmento più adatto alla tecnica che verrà eseguita.

Perché avvengono i viraggi?

Quando un lavoro cambia colore nel tempo si tende spesso ad attribuire la responsabilità esclusivamente al pigmento. In realtà il viraggio rappresenta quasi sempre il risultato dell’interazione tra più fattori.

Tra le cause più frequenti troviamo:

• scelta non corretta del pigmento;

• errata interpretazione della composizione chimica;

• deposito eccessivamente profondo;

• saturazione eccessiva;

• tecnica non adeguata;

• vecchi lavori non valutati;

• correzioni eseguite senza un ragionamento cromatico;

• caratteristiche individuali della pelle;

• esposizione ai raggi UV;

• evoluzione delle diverse componenti presenti nella miscela pigmentante.

Per comprendere realmente un viraggio bisogna analizzare il trattamento nella sua interezza.

La neutralizzazione non è una formula matematica

La ruota cromatica rappresenta uno strumento indispensabile.

Tuttavia non può essere applicata come una ricetta automatica. Molti operatori imparano che il rosso si corregge con il verde oppure che il grigio richiede un pigmento caldo.

Nella pratica clinica il ragionamento è molto più complesso.

Prima di eseguire una correzione bisogna comprendere:

• quale pigmento è presente nella pelle;

• quali componenti cromatiche contiene;

• quanto è saturo;

• quanto è profondo;

• come è guarito;

• come reagirà alla nuova miscela.

Solo dopo questa analisi è possibile decidere se neutralizzare, coprire, alleggerire o rimandare il trattamento.

La pigmentologia trasforma la neutralizzazione da una procedura intuitiva a una scelta tecnica basata sull’interpretazione del colore.

Il professionista non lavora per tentativi

Uno degli obiettivi principali della formazione dovrebbe essere eliminare l’approccio “proviamo e vediamo cosa succede”. Ogni scelta deve essere il risultato di un ragionamento tecnico. Il pigmento viene selezionato perché se ne conosce la composizione.

La tecnica viene scelta perché si comprende come influenzerà il deposito. L’ago viene selezionato perché si conosce la quantità di pigmento che rilascerà nella pelle.

Il risultato finale diventa così una conseguenza prevedibile del metodo utilizzato.

Una filosofia che insegniamo in Dermo Academy

“Il pigmento non si sceglie per il colore che ha nella boccetta, ma per il colore che avrà nella pelle dopo la guarigione.” Questa è una delle prime lezioni che trasmettiamo ai nostri allievi.

La pigmentologia non consiste nel ricordare il nome di un marrone o di un correttore. Significa comprendere la chimica del pigmento, interpretare la pelle, prevedere il comportamento della miscela e scegliere consapevolmente la tecnica più adatta. Solo quando queste competenze lavorano insieme il trucco permanente smette di essere un gesto tecnico e diventa una disciplina scientifica applicata all’estetica.

Come si studiano davvero colorimetria e pigmentologia

Colorimetria e pigmentologia rappresentano due pilastri fondamentali nella formazione di ogni dermopigmentista. Per questo motivo non possono essere ridotte alla semplice memorizzazione della ruota cromatica o alla scelta di un pigmento in base al suo nome commerciale.

Nel corso Trucco Permanente PMU New Life di Dermo Academy questi argomenti vengono affrontati fin dall’inizio del percorso formativo. Lo studente acquisisce le basi indispensabili per comprendere il comportamento del colore, analizzare la pelle, scegliere il pigmento più adatto e iniziare a prevedere il risultato dopo la guarigione. Queste competenze rappresentano il fondamento di ogni trattamento e consentono di lavorare con maggiore consapevolezza fin dalle prime esercitazioni pratiche.

Esiste però un livello di approfondimento ancora più avanzato.

Lo studio della chimica dei pigmenti, della lettura e dell’interpretazione del Color Index (CI), della composizione delle miscele pigmentanti, della teoria dell’addizione del colore e del comportamento dei pigmenti organici, minerali (inorganici) e ibridi richiede un percorso di formazione dedicato. Si tratta di argomenti complessi che non possono essere approfonditi in modo esaustivo all’interno di un percorso formativo generalista, ma necessitano di corsi specialistici interamente dedicati alla pigmentologia.

Per questo motivo Dermo Academy propone percorsi di approfondimento specifici, nei quali il professionista può acquisire competenze avanzate sulla chimica dei pigmenti, sulla loro miscelazione, sull’interpretazione del Color Index e sulla capacità di prevedere il comportamento delle diverse formulazioni nelle varie tipologie di pelle.

L’obiettivo non è imparare a memoria il nome di un pigmento o una formula prestabilita, ma sviluppare un vero ragionamento pigmentologico che permetta di scegliere consapevolmente il pigmento più adatto in funzione della pelle, della tecnica, dell’ago, della profondità di deposito e del risultato che si desidera ottenere.

Ultimi post

Non hai ancora trovato quello che cerchi?
Contattaci subito e ti aiuteremo a definire il percorso più adatto a te.
Compila il form
Compila il form